Money Road come laboratorio di economia comportamentale

Hai mai visto Money Road?

Money Road è uno show televisivo condotto da Fabio Caressa in cui dodici partecipanti affrontano un durissimo viaggio nella giungla della Malesia. Privati di ogni comfort, devono affrontare temperature infernali, lunghi trekking e condizioni di vita estreme, con un unico obiettivo: arrivare alla fine del percorso per dividersi un montepremi iniziale di 300.000 euro.

Lungo il tragitto, però, vengono continuamente messi alla prova da numerose tentazioni. Cibo, letti comodi, aperitivi, comfort di ogni tipo vengono offerti ai concorrenti a prezzi spesso spropositati: un caffè può costare 250 euro, una notte in hotel 2.000 euro. Ogni acquisto viene però detratto direttamente dal montepremi finale, riducendo la quota spettante a tutti i partecipanti.

Un dilemma tra interesse personale e bene collettivo

Ogni tentazione ha un prezzo e, ogni volta che un concorrente cede, il premio finale diminuisce a discapito dell’intero gruppo.

Se tutti decidessero di rinunciare alle tentazioni, ciascuno massimizzerebbe il proprio guadagno. Eppure, proprio come accade spesso nel programma, molti concorrenti finiscono per scegliere diversamente. Il motivo è semplice: fare la cosa giusta non garantisce che gli altri faranno lo stesso.

Psicologi ed economisti studiano dinamiche di questo tipo da moltissimo tempo attraverso un paradigma sperimentale chiamato Public Goods Game, o Gioco dei Beni Pubblici. In questo esperimento ogni partecipante riceve una somma di denaro e può decidere quanto conservarne per sé e quanto contribuire a un fondo comune. Il denaro raccolto viene moltiplicato e successivamente redistribuito a tutti, indipendentemente da quanto ciascuno abbia versato.

Nelle prime fasi del gioco, molte persone scelgono di cooperare e contribuiscono generosamente al fondo comune. Tuttavia, quando il gioco viene ripetuto nel tempo, la cooperazione tende progressivamente a diminuire: sempre più partecipanti iniziano a trattenere il denaro per sé [1], dando origine al fenomeno del free riding, cioè beneficiare di un bene collettivo senza contribuire ai suoi costi [2].

La cooperazione condizionale

Uno dei risultati più robusti emersi dagli studi sul Public Goods Game riguarda la cosiddetta cooperazione condizionale. Molti individui sono disposti a cooperare, ma soltanto se vedono che anche gli altri fanno la propria parte. Quando invece osservano comportamenti opportunistici, la fiducia reciproca si deteriora rapidamente e la cooperazione crolla [3].

È esattamente ciò che accade anche in molti episodi di Money Road: dopo alcune tentazioni accettate da altri concorrenti, diventa molto più difficile continuare a sacrificarsi per il bene comune.

La cooperazione condizionale funziona soprattutto quando le persone possono osservare le scelte degli altri [2] – ossia, in condizioni di informazione perfetta. In Money Road, però, non sempre accade. Alcune tentazioni permettono infatti ai concorrenti di prelevare denaro direttamente dal montepremi in segreto, senza che il resto del gruppo ne sia immediatamente informato – è il caso dei prelievi all’ATM.

Questa asimmetria informativa produce effetti molto rilevanti: quando la verità emerge, la fiducia tra i concorrenti viene profondamente compromessa, influenzando il comportamento dell’intero gruppo fino al finale della prima stagione.

La tragedia dei beni comuni

Il programma rappresenta molto bene quello che gli economisti chiamano tragedia dei beni comuni. Una risorsa condivisa — in questo caso il montepremi — viene progressivamente depauperata perché ciascun individuo, spinto dal proprio interesse immediato, decide di privilegiare il beneficio personale rispetto a quello collettivo.

Alla fine, però, tutti finiscono per perdere [4]. Lo stesso schema si osserva continuamente anche nella vita reale: quando alcune persone non pagano le tasse confidando che siano gli altri a sostenerne il costo [5], oppure quando rinunciamo a fare la nostra parte nella lotta contro il cambiamento climatico sperando che siano gli altri a intervenire [6].

Come ripete spesso Fabio Caressa durante il programma, “ogni tentazione ha un prezzo”. Ma quel prezzo va ben oltre il denaro: riguarda anche la fiducia reciproca e la capacità di cooperare all’interno di una società.

Money Road e la contabilità mentale

Un altro aspetto interessante che emerge in Money Road riguarda la percezione del valore economico. Durante il percorso, i partecipanti vengono continuamente tentati con comfort e vantaggi personali. Queste tentazioni, però, hanno prezzi folli: un caffè può arrivare a costare anche 200 euro – cifre che nessuno di si sognerebbe mai di spendere! Eppure, puntata dopo puntata, i partecipanti ci mostrano che le cose non stanno così: dopo un po’, alcuni concorrenti iniziano comunque ad accettare questi prezzi spropositati.

La spiegazione non è semplicemente una mancanza di auto-controllo. Nel corso del gioco cambia il modo in cui le persone percepiscono il denaro, e alcune scelte iniziano ad apparire molto più ragionevoli di quanto sembrerebbero nella vita quotidiana.

Il punto di riferimento cambia

Naturalmente la fatica, la fame e le condizioni estreme influenzano le decisioni dei concorrenti. Ma entrano in gioco anche alcuni meccanismi psicologici ben noti.

Secondo la Teoria del Prospetto di Kahneman e Tversky, infatti, gli esseri umani non valutano il denaro in termini assoluti, ma sempre rispetto a un punto di riferimento [7]. Per chi non possiede nulla, 200 euro rappresentano una cifra importante. Ma se ci si immagina improvvisamente con centinaia di migliaia di euro a disposizione, la stessa cifra può apparire molto meno significativa.

Nel programma il vero punto di riferimento non è quanto i concorrenti possiedono realmente nella loro vita quotidiana, ma uno stato atteso: quanto si aspettano di ricevere dal montepremi finale [8]. Le loro valutazioni economiche finiscono quindi per essere confrontate con quella cifra attesa, e non con i prezzi del mondo reale.

L’effetto dell’ancoraggio

A questo si aggiunge un secondo fenomeno: l’ancoraggio [9]. Quando un semplice caffè viene venduto a 200 euro, il cervello utilizza quella cifra come nuovo riferimento. Di conseguenza, una notte in baita a 2.000 euro, comprensiva di letto, doccia e cena, può iniziare a sembrare relativamente conveniente.

In altre parole, i protagonisti potrebbero stimare la loro stessa disponibilità a pagare usando come àncora non il prezzo che avrebbero pagato a casa, ma i prezzi all’interno del gioco.

La contabilità mentale

Come spiegava il premio Nobel Richard Thaler, le persone non trattano tutto il denaro allo stesso modo. Mentalmente lo dividiamo infatti in “conti” separati [10]: lo stipendio, i risparmi, un rimborso inatteso o una vincita vengono percepiti come categorie diverse, anche se dal punto di vista economico sono sempre denaro. Questo principio è alla base della contabilità mentale.

Un esempio classico è il cosiddetto house money effect [11]: una somma inattesa — come 20 euro trovati in una vecchia giacca o una vincita al gioco — viene spesso spesa con maggiore leggerezza rispetto a 20 euro provenienti dal proprio stipendio. Lo stesso potrebbe accadere in Money Road. Bonus e guadagni inattesi, come quelli ottenuti durante alcune prove, possono essere percepiti come denaro “extra” e quindi spesi più facilmente rispetto al montepremi originario.

Il moral licensing

Un ulteriore meccanismo osservabile nel programma è il moral licensing. Dopo aver compiuto una serie di scelte considerate virtuose, le persone possono sentirsi autorizzate a concedersi un comportamento che, in altre circostanze, avrebbero evitato [12].

In Money Road questo emerge quando alcuni concorrenti giustificano una tentazione ricordando i sacrifici fatti in precedenza. Il ragionamento diventa qualcosa del tipo: ho resistito fino ad ora, quindi questa volta posso concedermelo. Le rinunce passate diventano così una sorta di credito morale utilizzato per razionalizzare una scelta più egoistica.

Cosa ci insegna Money Road?

Molte decisioni dei concorrenti possono sembrare assurde se osservate comodamente dal divano di casa. Eppure, proprio come ricorda spesso Fabio Caressa, “non ci sono giudizi, solo scelte e conseguenze.”

Ed è forse questo l’aspetto più interessante del programma: esso offre un’occasione per osservare come il contesto possa modificare profondamente il modo in cui percepiamo il denaro, valutiamo costi e benefici e prendiamo decisioni!

Fonti:

[1] Nguyen, Y., & Noussair, C. N. (2022). Incidental emotions and cooperation in a public goods game. Frontiers in Psychology, 13, 800701. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.800701

[2] Fischbacher, U., & Gächter, S. (2010). Social preferences, beliefs, and the dynamics of free riding in public goods experiments. American Economic Review, 100(1), 541–556. https://doi.org/10.1257/aer.100.1.541

[3] Keser, C., & Van Winden, F. (2000). Conditional cooperation and voluntary contributions to public goods. The Scandinavian Journal of Economics, 102(1), 23–39. https://doi.org/10.1111/1467-9442.00182

[4] Hardin, G. (1968). The tragedy of the commons. Science, 162(3859), 1243–1248. https://doi.org/10.1126/science.162.3859.1243

[5] Tsikas, S. A. (2023). Bringing tax avoiders to light: Moral framing and shaming in a public goods experiment. Behavioural Public Policy, 7(3), 557–580. https://doi.org/10.1017/bpp.2021.9

[6] Tavoni, A., Dannenberg, A., Kallis, G., & Löschel, A. (2011). Inequality, communication, and the avoidance of disastrous climate change in a public goods game. Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(29), 11825–11829. https://doi.org/10.1073/pnas.1102493108

[7] Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: An analysis of decision under risk. Econometrica, 47(2), 263–291. https://doi.org/10.2307/1914185

[8] Kőszegi, B., & Rabin, M. (2006). A model of reference-dependent preferences. The Quarterly Journal of Economics, 121(4), 1133–1165.

[9] Simonson, I., & Drolet, A. (2004). Anchoring effects on consumers’ willingness-to-pay and willingness-to-accept. Journal of Consumer Research, 31(3), 681–690. https://doi.org/10.1086/425103

[10] Thaler, R. H. (1999). Mental accounting matters. Journal of Behavioral Decision Making, 12(3), 183–206.

[11] Thaler, R. H., & Johnson, E. J. (1990). Gambling with the house money and trying to break even: The effects of prior outcomes on risky choice. Management Science, 36(6), 643–660.

[12] Blanken, I., van de Ven, N., & Zeelenberg, M. (2015). A meta-analytic review of moral licensing. Personality and Social Psychology Bulletin, 41(4), 540–558. https://doi.org/10.1177/0146167215572134

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