
Il ciclone Harry ha colpito duramente Sardegna, Sicilia e Calabria: case distrutte, infrastrutture al collasso, interi territori devastati. I danni stimati superano i 2 miliardi di euro [1]. Eppure, di recente molti osservatori hanno notato come il racconto nazionale del fenomeno si sia rapidamente affievolito [2-3]. Questo affievolimento non riguarderebbe solo l’attenzione riservata all’evento, ma anche il modo in cui è stato raccontato: progressivamente, il focus si è spostato dalle conseguenze del ciclone alla colpevolizzazione delle vittime.

In un momento in cui ci si aspetterebbe solidarietà e unione, nel dibattito mediatico e online, molti commenti tendono a liquidare l’accaduto richiamando con eccessiva facilità all’abusivismo, a sprechi di denaro pubblico e presunte scelte imprudenti delle persone colpite. Il disastro viene così letto soprattutto attraverso le (presunte) colpe di chi lo ha subito:

Questo tipo di reazione è legata a un bias cognitivo ben noto, l’Ipotesi del Mondo Giusto, di cui vi avevo già parlato qui. Secondo questa idea, tendiamo a credere che, in fin dei conti, le persone ottengano ciò che meritano, nel bene e nel male [4], e che gli eventi abbiano sempre una giusta causa. Ad esempio, quando un evento ci appare ingiusto e difficile da controllare (es. un ciclone), l’idea che il mondo sia equo entra in crisi. In questo caso, cerchiamo, anche senza accorgercene, una spiegazione che ristabilisca l’ordine delle cose: se è successo, qualcuno deve aver sbagliato qualcosa [5].
A cosa (non) serve colpevolizzare la vittima?
Attribuire una colpa svolge diverse funzioni adattive [6]: riduce l’ansia, rassicurandoci che a noi non succederà, ci aiuta a preservare l’illusione di avere il controllo sugli eventi e a riaffermare una sorta di “ordine morale”. Il prezzo, però, è alto: la colpevolizzazione distrugge l’empatia verso la vittima, che, trasformata in responsabile della sventura, viene percepita anche come meno meritevole di aiuto e sostegno [6-7].
Perché è importante?
Riconoscere questo meccanismo non significa negare responsabilità strutturali o politiche. Significa ricordare che eventi complessi hanno cause complesse, e che nelle fasi più acute di una crisi, il bisogno di spiegazioni rassicuranti ma troppo semplici può renderci meno umani. Mettere da parte questo bisogno cognitivo è il primo passo per rispondere con aiuto ed empatia, invece che con giudizio.
Fonti:
- Ansa, A. (2026, January 23). Due miliardi di danni per il ciclone Harry. Un Cdm la prossima settimana – Notizie – Ansa.it. Agenzia ANSA. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/22/dopo-la-tempesta-harry-una-breve-tregua-e-nuove-perturbazioni_566c39c8-858f-4081-a724-ece4ca46497d.html
- Alfieri, P. M. (2026, January 23). Il ciclone Harry ha fatto 2 miliardi di danni al Sud, ma non ne ha parlato quasi nessuno. Avvenire. https://www.avvenire.it/attualita/il-ciclone-harry-ha-fatto-2-miliardi-di-danni-al-sud-ma-non-ne-ha-parlato-quasi-nessuno_103605
- Sostenitore. (2026, January 22). Il Ciclone Harry ha devastato il sud, ma non sembra importare a nessuno. Il Fatto Quotidiano. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/22/ciclone-harry-sicilia-danni-emergenza-oggi/8265397/.
- Furnham, A. (2003). Belief in a just world: Research progress over the past decade. Personality and Individual Differences, 34(5), 795–817.
- Smith, K. B. (1985). Seeing justice in poverty: The belief in a just world and ideas about inequalities(1). Sociological Spectrum, 5(1–2), 17–29. https://doi.org/10.1080/02732173.1985.9981739
- Lerner, M. (2013). The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion (Critical Issues in Social Justice) (1980th ed.). Springer.
- Lerner, M. J., & Simmons, C. H. (1966). Observer’s reaction to the “innocent victim”: Compassion or rejection? Journal of Personality and Social Psychology, 4(2), 203–210. https://doi.org/10.1037/h0023562
- Skigin, N. (2023). Prosocial behavior amid violence: The deservingness heuristic and solidarity with victims. Political Psychology, 45(2), 341–361. https://doi.org/10.1111/pops.12926