L’Ipotesi del Mondo Giusto

Immaginate di andare a cena con un amico molto simpatico, ma un po’ svampito, di nome Paolo. Dopo aver mangiato in un pub della zona, decidete di accompagnare il vostro amico alla sua auto, parcheggiata un po’ lontano da lì. Una volta arrivati, trovate una brutta sorpresa: il finestrino della sua auto è stato sfondato e sono stati rubati un computer e un paio di occhiali. Così, mentre aiutate il vostro amico a calcolare i danni, provate tristezza per l’accaduto che vi ha rovinato la serata. Tuttavia, dentro di voi, non riuscite a fare a meno di pensare che Paolo è stato proprio sbadato a lasciare il computer e gli occhiali in bella vista, e a parcheggiare in una zona poco raccomandabile della città. Insomma, Paolo ha proprio la testa tra le nuvole! Questo ragionamento è frutto dell’Ipotesi del Mondo Giusto [1].

Definizione e cenni storici:

L’Ipotesi del Mondo Giusto è un bias cognitivo che ci porta a credere che, in fin dei conti, le persone ottengono ciò che realmente meritano, nel bene e nel male [2]. Il termine fu coniato intorno agli anni ’80 da uno psicologo clinico di nome Melvin Lerner, il quale osservò questo fenomeno tra i suoi colleghi terapisti che spesso parlavano male dei propri pazienti, incolpandoli cinicamente dei propri mali [3]. L’idea alla base di questa ipotesi è un principio di giustizia che apprendiamo da bambini, ossia che le buone azioni vengono prima o poi ricompensate, mentre le cattive azioni vengono punite [4]. È un ragionamento così pervasivo che spesso è assimilato a nozioni della cultura popolare, come il concetto di karma, ma anche detti come “ognuno raccoglie ciò che semina” e così via [5].

Perché succede?

Secondo Lerner [3], questo bias ci permette di credere che esercitiamo un maggiore controllo sugli eventi intorno a noi, poiché difatti riusciamo a prevedere gli esiti dei comportamenti propri e altrui. Inoltre, questo meccanismo permette di risolvere una situazione di dissonanza cognitiva [6]: quando assistiamo a un’ingiustizia, questa evidenza entra in conflitto con i preconcetti che abbiamo e con il fatto che spesso non possiamo intervenire, e quindi ricorriamo a giustificazioni del tipo “tutto sommato, se l’è meritato!“. Questo meccanismo è illustrato bene in un esperimento del 1966 [7] in cui a un gruppo di donne fu mostrato un video in cui un soggetto veniva punito per ogni errore commesso durante una task: inizialmente le partecipanti provavano sgomento, ma punizione dopo punizione, cominciavano a colpevolizzare e a denigrare la vittima.

Le implicazioni:

Questo bias cognitivo ha pro e contro. Da un lato, credere che le buone azioni vengano ricompensate è una buona motivazione a comportarsi in modo virtuoso. Dall’altro, se si crede che il mondo è già giusto, si corre il rischio di perdere empatia, finendo quindi per colpevolizzare vittime innocenti: se ti viene rubato un bene, è colpa di come ne hai disposto; se hai subito violenza, è perché hai provocato qualcuno; se sei povero, è perché non ti sei impegnato abbastanza a trovare un lavoro. Non è un caso che l’ipotesi del mondo giusto sia correlata con uno scarso attivismo sociale [4]: se i buoni saranno premiati e i cattivi saranno puniti, non c’è nessuna causa per cui battersi. È anche associato a denigrazione delle vittime di crimini razzisti [8], delle persone povere [9] o persone affette da AIDS [10].

Fonti:

  1. The Decision Lab. Just-world hypothesis. (n.d.). Retrieved October 5, 2022, from https://thedecisionlab.com/biases/just-world-hypothesis
  2. Furnham, A. (2003). Belief in a just world: research progress over the past decade. Personality and Individual Differences, 34(5), 795–817. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0191886902000727
  3. Lerner, M. (2013). The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion (Critical Issues in Social Justice) (1980th ed.). Springer. https://link.springer.com/book/10.1007/978-1-4899-0448-5
  4. Rubin, Z., & Peplau, L. A. (1975). Who Believes in a Just World? Journal of Social Issues, 31(3), 65–89. https://spssi.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1540-4560.1975.tb00997.x
  5. White, C. J., Norenzayan, A., & Schaller, M. (2019). The content and correlates of belief in Karma across cultures. Personality and Social Psychology Bulletin, 45, 1184–1201. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30554555/
  6. Smith, K. B. (1985). Seeing justice in poverty: The belief in a just world and ideas about inequalities. Sociological Spectrum, 5(1–2), 17–29. https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/02732173.1985.9981739
  7. Lerner, M. J., & Simmons, C. H. (1966). Observer’s reaction to the “innocent victim”: Compassion or rejection? Journal of Personality and Social Psychology, 4(2), 203–210. https://psycnet.apa.org/record/1966-11086-001
  8. Sullivan, A. et al (2016). The Impact of Unpunished Hate Crimes: When Derogating the Victim Extends into Derogating the Group. Social justice research, 29 (3), s. 310–330.
  9. Kimera E, Vindevogel S, Reynaert D, et al. Experiences and effects of HIV-related stigma among youth living with HIV/AIDS in Western Uganda: A photovoice study. Taggart T, ed. PLoS ONE. 2020;15(4):e0232359.
  10. Shildrick, T., & MacDonald, R. (2013). Poverty Talk: How People Experiencing Poverty Deny Their Poverty and Why They Blame ‘The Poor.’ The Sociological Review, 61(2), 285–303. https://doi.org/10.1111/1467-954X.12018

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